Un avvincente giallo storico partenopeo. Un romanzo che segna l’esordio di un originale commissario in cui si proietta l’anima poliedrica e suggestiva di una città
Tre sibillini omicidi da risolvere in un’afosa giornata di luglio del 1883 nella Napoli della giovane Italia unitaria. E’ la sfida che tiene impegnato il commissario Veneruso, affiancato dalla sua squadra di ispettori e agenti, più o meno capaci e motivati, e pure uno sfaccendato appuntato che sembra svolgere le sostanziali funzioni di usciere. Venti ore (scandite dall’orologio del protagonista e corrispondenti ai capitoli del libro) di indagini non stop, dall’alba, quando il funzionario della Polizia del Regno esce di casa dopo un preoccupante malanno con l’animo di un novello Lazzaro resuscitato, alla notte successiva. I delitti – assai differenti per le modalità tramite cui sono perpetrati, per le caratteristiche delle vittime, per gli ambienti in cui vengono consumati – concernono: una baronessa strangolata il cui omicidio svela un’insospettabile ramificazione di rapporti fedifraghi che vede coinvolta una buona fetta di aristocrazia, uno studioso forestiero ucciso nella Biblioteca Nazionale, una prostituta dodicenne ammazzata brutalmente. I diversi crimini sono forse fra di loro collegati. O forse no. Il commissario Veneruso si getta a capofitto in un’investigazione che sembra per lui quasi un faccenda personale e alla fine – in un epilogo dalle tinte apocalittiche in cui la ricerca della verità si amalgama con un’improvvisa lotta per la vita (sul punto, si ritiene opportuno non anticipare di più) – riuscirà a far luce su tutti quanti i misteri e magari anche a portare un po’ di giustizia in un mondo dove l’ingiustizia sembra farla da padrona.
Siamo al cospetto di un giallo raffinato, intrigante, abilmente costruito, in cui, soprattutto nel finale, si assiste a una serie “pirotecnica” di colpi di scena.
La storia tiene il lettore col fiato sospeso dall’inizio alla fine. Ogni pagina è cosparsa di humor e amarezza. Ed è sempre nuova scoperta. Poco alla volta emergono gli altarini e i segreti più inconfessabili della nobiltà napoletana, le avvilenti miserie fisiche e morali dei popolani, i vergognosi abusi nei loro confronti. Ci si addentra in strade, vicoli, catapecchie e sontuosi palazzi, dove, insieme agli odori di cibi meravigliosi o ad afrori tutt’altro che piacevoli, si respira anche una densa atmosfera di superbia e sopraffazione, si scorgono i segni inequivocabili della fame e della sofferenza.
Protagonista di questo romanzo è un commissario di polizia che potrebbe forse definirsi come il “Maigret partenopeo”. Rispetto al celebre “collega” d’Oltralpe appare meno flemmatico, più scorbutico, impulsivo, vanitoso, irascibile, istintivo, istrionico. Sembra tuttavia avere con lui in comune l’intuito, la caparbia determinazione, il sincero anelito di giustizia, l’attenzione per la psicologia dei sospettati prima che per le mere prove materiali. Inoltre, è anch’egli un amante della buona tavola (come dimostra in maniera lampante un memorabile pranzo pantagruelico condiviso con i suoi collaboratori).
Fondamentale coprotagonista, se non addirittura primo attore, è Napoli: dolente e suggestiva, palese ed enigmatica, feroce e intrisa di umanità, dove al fondo anche del più nero dei drammi si può spesso scorgere un’insopprimibile voglia di riscatto e percepire un’irrefrenabile carica di ironia.