Scrittore e assassino (di Ahmet Altan)

Un evocativo titolo programmatico che da il là a un suggestivo noir metaletterario. Un avvincente giallo all’incontrario dove l’introspezione e la suspense si amalgamano alla perfezione

Il libro si apre con la confessione da parte dello scrittore protagonista di aver ucciso. Ma egli non rivela in alcun modo l’identità della vittima. Né fa alcun accenno al movente del delitto. Da qui la narrazione si sposta indietro fino al momento in cui costui è arrivato in una cittadina della costa mediterranea della Turchia lacerata da lotte tra bande per il controllo di traffici e del potere. La storia si concluderà nel momento in cui, al termine di quello che potremmo definire un percorso circolare, si giungerà di nuovo al presente.

Fra l’incipit e la fine, il protagonista si ambienta a suo modo in una comunità accogliente e al contempo respingente. Instaura rapporti sui generis col gentil sesso: carnali, platonici, di seduzione a distanza. Coltiva un’ambigua relazione di amicizia con colui che rappresenta forse il supremo simbolo del potere. E’ coinvolto in un peculiare menage a trois. Si trova progressivamente invischiato nell’epicentro di quella che poco alla volta si trasforma in una lotta senza quartiere, sempre più violenta, insensata, dagli esiti imprevedibili, motivata dalla conquista di un tesoro nascosto di cui in fondo si ignora l’esistenza (tanto da assumere forse proprio per questo la valenza del mito: una sorta di divinità per cui immolarsi). Diventa spettatore di spietati regolamenti di conti perpetrati secondo bizzarre modalità. Viene studiato, consultato, lusingato. Assume i contorni diversificati e cangianti di alleato, mediatore, ago della bilancia, capro espiatorio. Si lascia trascinare sempre più nella spirale di un mondo dove la menzogna è spesso inscindibile dalla verità, altera irreversibilmente i rapporti umani e talora ne rappresenta lo stesso cemento fondante.

L’azione è inframmezzata da articolati monologhi interiori, accorate e lucide confessioni, durante i quali il protagonista si rapporta e confronta con un’entità che egli chiama Dio ma potrebbe benissimo corrispondere alla sua anima schizofrenica, alla sua tormentata coscienza (o incoscienza), rinvenendo altresì importanti affinità fra Dio e gli scrittori, in quanto a suo avviso “anche loro distruggono senza pietà i personaggi che creano, li sballottano da un dolore a un altro, elargiscono spietate punizioni, mossi dall’indifferenza tipica dei serial killer”.

E’ in questi momenti soprattutto che si può apprezzare tutta la cifra metaletteraria e in senso lato filosofica dell’opera. In questa sorta di secondo sipario, si assiste a quello che potremmo forse vedere come un metaforico doppio tennistico, dove lo scrittore all’interno del romanzo gioca con Dio e l’autore del libro gioca col lettore, in una sfida senza regole apparenti, se non forse quelle che chi scrive ha imposto e chi legge è magari riuscito a reperire nel corso della tortuosa e al contempo limpida narrazione.

Il lettore può godersi il drammatico e vivido epilogo, in cui la vittima e il movente dell’omicidio – di cui il protagonista in apertura ha reso piena confessione – vengono finalmente svelati, rivendicando tutta la loro rilevanza, dimostrandosi forse ancor più essenziali della stessa identità dell’assassino, altrettanto sconvolgenti e gratificanti.